Il 17 gennaio è alle porte e, nonostante tutto, si sente il fermento di una festa “nuova”. Riti e tradizioni sono pronti a riempire le gelide serate di metà gennaio.

Questo, però, è l’anno delle novità. Tutto assume forme, dimensioni e valore nuovo. Non ci sarà la focara a riscaldare gli animi; i fuochi pirotecnici non illumineranno il cielo e non faranno battere forte i cuori. Mancherà il calore della gente in attesa di rinnovare il rito del fuoco e vedere in esso il presagio dell’anno appena cominciato. Non sentiremo quel vociare di centinaia di persone, carico di racconti, ricordi, saluti ed emozioni.

Così, in un clima surreale, anche in questo 2021 che porta con sé l’eco dolorosa dell’anno che è passato, ritorna la festa di uno dei santi più popolari della cristianità: l’eremita egiziano Antonio.

osare

Mai come in questo tempo, per certi versi, siamo così vicini alla sua esperienza di vita. Da marzo, infatti, anche noi viviamo un “eremitaggio imposto”. Viviamo nel deserto delle nostre città; manteniamo il distanziamento sociale e lottiamo la continua battaglia tra bene e male.

Presi dall’onda delle emozioni che trasmette il fuoco o dalla tenerezza degli animali da benedire, però, ci siamo dimenticati spesso dell’essenziale grandezza che racchiude la vita di Antonio: egli è l’amico di Dio che si lascia interrogare dalla Parola.

Atanasio, il suo biografo, ci racconta che quando “aveva circa diciotto anni, o forse venti”, dopo sei mesi dalla morte dei genitori, “entrò nella casa del Signore e accadde che proprio in quel momento veniva letto il Vangelo; e sentì il Signore che diceva al ricco: Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto quello che possiedi e dallo ai poveri; poi vieni, seguimi e avrai un tesoro nei cieli.  Antonio, come se il ricordo dei santi gli fosse venuto da Dio stesso e come se la lettura fosse proprio per lui, subito uscì dalla casa del Signore, donò alla gente del suo villaggio i beni che aveva ereditato dai genitori”.

Credo sia giunto anche per noi il tempo improcrastinabile di fare scelte coraggiose. Dall’inizio della pandemia ci stiamo ripetendo che ne usciremo cambiati eppure, ad oggi, non traspare ancora l’anelito alla perfezione, o almeno lo schizzo o la trama di un cammino.

Dobbiamo ritrovare il coraggio di osare qualcosa di più del minimo indispensabile perché la nostra vita di cristiani e cittadini non risenta di una sterile tiepidezza, ormai limite invalicabile che ci induce in uno stato di stallo.

Imploriamo dal Signore il dono della ‘santa’ fantasia per sognare e affrontare il presente, guardando alla realtà che ci circonda senza mediazioni e senza filtri monocromatici e drammatici che TV e social spesso e volentieri trasmettono.

Usciamo dai nascondigli fatti di DPCM che ci fanno sfuggire ai nostri doveri. C’è il grosso rischio di entrare in una zona rossa permanente impregnata di mediocrità e indifferenza.

Non è più il tempo di una fede ridotta al minimo sindacale, basata su una celebrazione fugace, intravista in TV, tra le mille faccende di casa, che ci fa credere di aver adempiuto al precetto del “bravo bambino cattolico”, come diceva un mio professore di Teologia.

L’invito “se vuoi essere perfetto, va…” non prevede deleghe a terzi.

Alla paura che regna, sovrana e incontrastata, si potrebbe aggiungere l’anarchia dei sentimenti, degli affetti, del rispetto delle norme civili e di una vita di fede che mi costruisco su misura delle mie esigenze ed esclude il rischio di osare.

In questo tempo Sant’Antonio ci invita a vivere seguendo gli ideali alti della perfezione, partendo dalla rinuncia e dalla fiducia.

Rinunciare a noi stessi e fidarci un po’ più della Provvidenza di Dio ci apre una strada nuova, ci permette di uscire dall’isolamento e creare la comunità nuova. Per ognuno di noi c’è la possibilità di essere abate, fondatore, di un nuovo stile di vita personale: partire da sé per arrivare all’altro, è la via da seguire. Non c’è spazio per gli egoismi e per le scalate individuali. La perfezione è una meta che posso raggiungere solo in comunità.

Solo insieme! Il debito accumulato dalle nostre fragilità potrà essere colmato grazie alla forza di tutti: nessuno si salva da solo.

È arrivato il momento di accendere il fuoco buono, la Parola di Dio – non semplicemente una focara –, che brucia tra le mani di Antonio e può riscaldare il nostro vivere. La scelta di essere uomini di Parola è l’unico rimedio per porre fine ad ogni tiepidezza e mediocrità. Così potremmo esaudire anche quel desiderio di Gesù, venuto a portare il fuoco sulla terra, di trovare già accesa quella fiamma.

È giunto il tempo di osare scelte di coraggio mai viste prima per scrivere le pagine della storia che è nelle nostre mani e ci appartiene. Anzi, diventiamone finalmente protagonisti. Scendiamo in campo, carichi e pronti per affrontare il buon combattimento della fede, ultima speranza per cambiare le sorti di questo mondo.

Osiamo, insieme! Riprendiamo coraggio, insieme!

Mettiamo da parte i sentimenti che appesantiscono il viaggio e mettiamoci in marcia sulla strada della attesa e nuova “normalità”, che non è più l’abitudine di cose che sono passate, ma il futuro che tutti insieme saremo capaci di sognare, progettare e costruire.

È arrivato il nostro tempo, il cantiere è aperto e c’è posto per tutti! Sant’Antonio Abate ci indichi la direzione. Noi, rimbocchiamoci le maniche e andiamo!